Processare Roberto Saviano per avvisarci tutti

«Ma viene solo da dire “bastardi, come avete potuto?”». Questo ha detto Roberto Saviano il 3 dicembre del 2020, a Piazza Pulita, commentando la morte del piccolo Youssuf, il bimbo di 6 mesi affogato nel Mediterraneo. Lo scrittore indica il potere politico che fa propaganda sulla pelle di migliaia di disperati, qualcuno si ferma al dito e vede solo una parola: “bastardi”. Il 15 novembre si terrà la prima udienza del processo per diffamazione aggravata: Meloni contro Saviano, presidente del Consiglio contro scrittore.

Pochi giorni fa il presidente di Pen International Bhuran Sonmez ha scritto una lettera aperta al presidente Meloni per chiedere il ritiro della denuncia: «Portare avanti questa causa in qualità di Presidente del Consiglio, può solo inviare un messaggio agghiacciante a tutti i giornalisti e gli scrittori italiani, e spingerli a non osare più parlare per paura di rappresaglie». Agghiacciante, davvero. 

Mentre scrivo un neonato è appena morto per ipotermia su un barchino che si approssimava a Lampedusa, aveva 20 giorni. Dal 2014 a oggi, almeno 25mila persone sono morte, annegate o disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa. Il Mediterraneo è un cimitero, e non possiamo nemmeno contare le vittime. 

Nazione, difesa dei confini, l’Italia agli italiani. Meloni e Salvini usano la retorica fascista e parlano (twittano più che parlare, a dire il vero) come se fossimo in guerra. Ogni giorno, da anni, usano con prepotenza parole violente e ogni strumento per diffonderle: social, tv, radio. Soprattutto, social. Abusano del loro potere mediatico per indicare nemici, mettere alla gogna gli “sgraditi”, chi non la pensa come loro e – soprattutto – chi denuncia le loro grossolane bugie. E lo fanno impunemente. Mentre in migliaia abboccano ai loro appelli contro questo o quell’altra 

La più grande e inaccettabile delle bugie è quella su cui tutta la destra sovranista (da Trump a Orban) costruisce la propria propaganda: gridare all’invasione. Per farlo non esitano – non hanno mai esitato – a usare espressioni false e pericolose: “pacchia”, “crociera”, “invasione” appunto. Davanti a palesi violazioni dei diritti umani non sanno far altro che ripetere: “pacchia”, “crociera”, “invasione”. All’opposizione come al governo, nell’eterna campagna elettorale. Accusano chi pratica la solidarietà di “traffico di esseri umani” mentre lo Stato italiano addestra, supporta e finanzia i trafficanti di esseri umani, quelli veri: la guardia costiera libica

Ieri nel porto della mia città – Reggio Calabria – sono sbarcate 89 persone, almeno loro non verranno rispedite nell’inferno libico. La Rise Above ha attraccato al molo opposto a quello dove da settimane è parcheggiata la Sea Watch 3, la nave sottoposta a fermo amministrativo dallo scorso settembre per «aver soccorso troppe persone». Si fatica a stare dietro a tanta ipocrisia, a tanti orrori quotidiani. E intanto l’aria si inquina, l’odio dilaga. In Italia, le persone aggredite per motivi etnico-razziali sono al primo posto dell’aberrante classifica delle discriminazioni: solo nel 2021 ci sono state almeno 709 aggressioni (erano 545 nel 2020), di queste 499 vittime sono straniere e 137 sono state aggredite per il “colore della pelle” con tanto di insulti come «negro di merda», «clandestino», «vattene», «ritorna da dove sei venuto».

In questo clima il potere politico si erge contro la parola, contro uno scrittore per giunta sotto scorta che rischia tre anni di galera per avere espresso un’opinione. Ogni giorno, querele e denunce suggeriscono ai giornalisti di “stare calmi”, di fare attenzione a quello che scrivono e a quello che pensano. Da più di un anno, la Corte Costituzionale ha richiesto di rivedere le leggi penali sulla diffamazione, eppure giornalisti e scrittori sono ancora passibili di pene detentive.

Le norme vigenti che obbligano il giudice a punire con il carcere il reato di diffamazione a mezzo della stampa o della radiotelevisione, aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato, sono incostituzionali perché contrastano con la libertà di manifestazione del pensiero, riconosciuta tanto dalla Costituzione italiana quanto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La minaccia dell’obbligatoria applicazione del carcere può produrre infatti l’effetto di dissuadere i giornalisti dall’esercizio della loro cruciale funzione di controllo dell’operato dei pubblici poteri. 

E ancora: 

Tuttavia, non è di per sé incompatibile con la Costituzione che il giudice applichi la pena del carcere a chi, ad esempio, si sia reso responsabile di “campagne di disinformazione condotte attraverso la stampa, internet o i social media, caratterizzate dalla diffusione di addebiti gravemente lesivi della reputazione della vittima, e compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della – oggettiva e dimostrabilefalsità degli addebiti stessi”. “Chi ponga in essere simili condotte – eserciti o meno la professione giornalistica – certo non svolge la funzione di ‘cane da guardia’ della democrazia, che si attua paradigmaticamente tramite la ricerca e la pubblicazione di verità ‘scomode’; ma, all’opposto, crea un pericolo per la democrazia”, anche per i possibili effetti distorsivi di tali condotte sulle libere competizioni elettorali».

Insomma, se qualcuno fa «campagne di disinformazione condotte attraverso la stampa, internet o i social media» non è certo Saviano. E non sono nemmeno io o chi denuncia quotidianamente la barbarie che si consuma alle frontiere.

Quando, nel 1898, Emile Zola pubblicò una lettera dai toni provocatori per denunciare il caso Dreyfus, venne accusato e processato per «aggressione alla Francia». Si era offerto consapevolmente come esca per fare illuminare un’ingiustizia che faticava a venire alla luce. «La mia intenzione è stata di sacrificarmi, di provocare un processo civile, in assise, dove la verità potrebbe finalmente venir fuori. Mi offrivo come una semplice occasione, un terreno sul quale potersi spiegare alla luce del giorno». 

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