Tra sgomberi e bavagli. Cosa vuol dire oggi #GiustiziaSpaziale?

Quando Wise4all mi ha chiesto di riflettere insieme sul concetto di “Giustizia spaziale”, il mio cervello si è immediatamente diviso in due.

Da giornalista osservo l’ingiustizia spaziale “terrena” (chiamiamola così), quella di chi ogni giorno prova a costruire esperienze e porre rimedio alle ingiustizie che ostacolano la nostra libertà di vivere: sgomberi di abitazioni, sgomberi i di spazi sociali, repressione del dissenso e di ogni tentativo di costruire democrazia dove lo Stato e la legalità disegnano confini sempre più vicini a forme autoritarie.

In breve, assistiamo alla furia del potere che reprime e criminalizza – in nome della propaganda dell’ordine e della disciplina – chi libera spazi abbandonati e li restituisce alla società, chi riempie i vuoti colpevoli delle istituzioni davanti a diritti fondamentali come la casa, il bene comune, il sapere libero.

Questa è l’ingiustizia spaziale terrena, poi siamo abitanti di uno spazio prevalentemente digitale e profondamente ingiusto in questo momento storico: la Rete.

Dovrebbe essere lo spazio libero per eccellenza: orizzontale, democratico, libero. E invece si è tradotto in un gigantesco luogo dell’ingiustizia, dello sfruttamento e della repressione. La Rete è in ostaggio di pochi grandi gruppi di potere e degli innumerevoli codazzi che si nutrono delle loro briciole.

Eppure scambiare contenuti, informarsi, condividere liberamente è possibile non in teoria ma in potenza. Internet non è il luogo della giustizia spaziale solo in teoria (quindi solo sulla carta e non realizzabile davvero) ma lo è in potenza.

Lo sarebbe se non fosse difettato da un’anomalia. In questi anni internet è diventato sinonimo di piattaforme, quindi Meta, Google, Twitter, Amazon, ecc. Tutte multinazionali, pochi grandi gruppi che occupano il nostro spazio di libera espressione per ricavarne profitto. Il profitto è potere e il potere è denaro.

In questa gabbia in cui siamo rinchiusi, noi consumatori e produttori di contenuti non riusciamo a muovere che qualche passo. Vendiamo i nostri dati in cambio di bolle (chi decide cosa vedi e cosa leggi non sei tu) e spesso di balle (fake news e informazione manipolata). Il più delle volte ancora convinti di ottenere gratuitamente ciò che invece paghiamo vendendo le nostre scelte, i nostri desideri, le nostre curiosità.

E il mondo si riduce a una bolla, a ognuno la sua bolla fatta di amici e nemici: odia chi la pensa diversamente da te, copia chi ti corrisponde. Sono le regole del libero mercato, che libero non è.

E tieniti pronto a vederti appiccicare addosso la “lettera scarlatta” di Meta, pronta a essere segnalata, avvisata, bannata. A me è successo. Dopo 4 anni di utilizzo della piattaforma e settimane di avvisi ansiogeni, la mia pagina Facebook è stata rimossa con un’accusa che non condivido e che mi spaventa. La possibilità di un cittadino o di una giornalista come me di capire e opporsi a questi sistemi è letteralmente nulla. Come una formica che vuol farsi ascoltare da un elefante. Non resta che rivolgersi a un avvocato. La mia è solo una testimonianza di quanto accade a migliaia e migliaia di persone ogni giorno. Di quanto ci stiamo rassegnando alla profonda ingiustizia nella gestione di uno spazio comune, concedendola come un diritto commerciale a poche multinazionali. “Allora non usarlo” potrebbe dire qualcuno. Ma rinunciare a uno spazio e lasciare che pochi gruppi di potere definiscano in quali e in quanti spazi poter agire non è già una sconfitta?

Stare sui social non è un orpello, ma un comportamento sociale, politico, che ha ricadute sugli altri. Soprattutto mentre i governi si affannano a sgomberare e porre bavagli a spazi e voci libere.

Non siamo liberi, da nessuna parte. Urge chiedersi come costruire libertà e giustizia, nello spazio terreno e in quello digitale. Uno spazio che in fondo è unico, e dovrebbe rispecchiare un unico modo di occupare il proprio posto nella società.

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