Da #Melilla al #Texas. Le #frontiere uccidono sempre e ovunque

Mentre le 37 persone morte nella mattanza di Melilla, al confine che separa l’Africa dall’Europa, vengono seppellite in fosse comuni, senza identificazioni o autopsie, dall’altra parte dell’Oceano, nel giugno più caldo mai registrato a San Antonio, in Texas, 46 persone sono morte soffocate dentro un trattore-rimorchio, cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.

Insieme ai corpi senza vita c’erano quelli dei 16 sopravvissuti, dodici adulti e quattro bambini, che adesso sono in gravi condizioni.

I loro corpi, hanno detto i soccorritori, erano bollenti

Qualcuno si era cosparso di condimento per bistecche, per nascondere l’odore umano durante il viaggio.

Disidratati e deboli, non riuscivano a uscire dal camion. La maggior parte ha cercato invano di saltare fuori dal rimorchio, qualcuno ce l’ha fatta e i loro corpi sono stati ritrovati lungo la strada per diversi isolati.

Il governatore repubblicano del Texas ha dato la colpa alle «politiche mortali dei confini aperti». Anche il socialista Pedro Sanchez dà la colpa a qualcun altro, alle «mafie che trafficano con esseri umani».

È esattamente il contrario. 

È quando si alzano i muri che si costringono le persone a percorrere rotte pericolose.

Ed è quando si nega la libertà di movimento che si incoraggia l’industria del traffico di esseri umani.

Sono le frontiere a uccidere, in Europa come negli Stati Uniti, quei confini nazionali che separano gli oppressi e gli oppressori del capitalismo criminale. 

Melilla
San Antonio

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