12 giugno Giornata europea dell’astensionismo

Premetto che questo titolo è chiaramente provocatorio. Nessuna ode al trionfo dell’astensione. Sono un’astensionista praticante da un po’ di anni. Ma non una predicatrice, anzi. Spesso mi domando se l’astensionismo sia ancora un’arma corretta in un’epoca in cui è dominante. Spesso mi domando se non possa costituire a tratti – non come principio indiscutibile ma in alcune circostanze – una pezza d’appoggio all’arrogante sciatteria del potere. Tutto ciò premesso, ieri – 12 giugno – in Italia e in Francia ha stravinto il partito dell’astensionismo. 

In Italia i referendum sulla Giustizia non raggiungono il quorum, fermandosi a una partecipazione del 20,8%. L’astensione alle comunali, generalmente elezioni molto partecipate, è stata del 47,28. I risultati decisi dai pochi elettori sono alquanto discutibili. Prendiamo Palermo, per esempio, dove alla fine ha vinto una destra indecente

Oltralpe lo storico risultato della Nuova unione popolare ecologista e sociale (Nupes), non ha impedito che a questo primo turno si registrasse il record di astensione in Francia. L’alleanza di sinistra guidata da Mélenchon è riuscita a riportare alle urne chi non ci era mai andato. Un esempio: il trionfo nelle banlieu e il voto massiccio dei musulmani. Un dato che, combinato con la débâcle della destra (fino a ieri trionfante) lascia pensare che a rinunciare al voto siano stati soprattutto gli elettori di destra. Quelli della destra tradizionale, vedi il crollo del Rassemblement national di Marine Le Pen. E quelli della destra fascista e razzista di Eric Zemmour. Detto ciò, il 52,3% degli elettori francesi non è andato a votare. 

Centoventicinque anni fa, in un lungo e storico confronto con Errico Malatesta sul ruolo delle elezioni e dell’astensionismo, Francesco Saverio Merlino tirava queste conclusioni: «La tattica astensionista ha portato questi due risultati: 1) ci ha separati dalla parte attiva e militante del popolo; 2) ci ha indebolito di fronte al governo». 

La questione astensionista è da sempre al centro del dibattito sulle soluzioni – anarchica e democratica – al problema della libertà in una società socialista. Malatesta continuò fino all’ultimo a sostenere che «poiché il governo parlamentare, così malefico com’è, è pur tuttavia la meno cattiva delle forme possibili di governo, IL RIMEDIO NON STA NEL CAMBIAR DI GOVERNO, MA NELL’ABOLIRE IL GOVERNO».

Permettetemi, a questo punto, una piccola parentesi. I due interlocutori si sono scritti pubblicamente lettere di replica e controreplica per un anno intero. Dal 29 gennaio 1897 al 13 gennaio 1898. Hanno discusso apertamente e onestamente. Senza insulti, senza attacchi denigratori o tentativi di delegittimare l’altro. Come due intellettuali liberi fanno. Una lezione alla politica e – soprattutto – al giornalismo italiano che si è perso e confuso nei meandri di una politica al minimo storico. 

La partecipazione elettorale in Italia è stata tra le più alte d’Europa dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta. Poi, il lento e inesorabile declino. L’astensionismo è cresciuto a ogni tornata elettorale. Fino a quel’80% del referendum sulla Giustizia del 12 giugno. 

L’astensione non è semplicemente “non andare a votare”. È un fenomeno complesso, non riducibile a sinonimo di disinteresse. Gli astensionisti non sono un partito omogeneo, «né sociologicamente, né politicamente» (Anne Muxel). Si sceglie di non votare perché non si è sufficientemente integrati nella società oppure come forma di contestazione. Perché si rifiutano un metodo e un sistema, oppure perché quel diritto è puramente formale. Un’arma spuntata che non mette paura a governi isolati nella torre d’avorio del potere. 

Ha ancora senso praticare l’astensionismo quando la metà o la maggioranza degli aventi diritti al voto non esercita quel diritto? Quando, cioè, l’astensione è diventata il primo partito – opposto eppure legittimante – del sistema attuale? E come far sì che la sfiducia nel sistema divenga spinta alla trasformazione? Porre queste domande oggi non troverà lo stesso terreno di agibilità e ascolto dell’epoca di Merlino e Malatesta. Eppure la questione è viva e pulsante tanto quanto allora.  Si può optare per la soluzione democratica (alla Merlino) o per quella anarchica (alla Malatesta), ma quello che non si può fare è assistere inermi a un’astensione serva sciocca del potere.   

«Son convinto che gli anarchici tutti o quasi tutti, hanno lo stesso mio convincimento; e soltanto non osano confessarlo, e non hanno la forza di animo necessaria per staccarsi dal loro passato». Questa convinzione di Merlino mi pare assai attuale. 

Il 12 giugno abbiamo assistito al trionfo dell’inazione, non certo di un astensionismo consapevole. 

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